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giovedì, 3 Aprile 2025
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“Cucio chilometri di stoffa. Ed è tutta Africa anche se è solo Ballarò”

Una sartoria di stile africano a Ballarò, a Palermo, quella di Cris. Si chiama Imperial 225. Un esempio di integrazione e di condivisione

Consuelo Maria Valenza
Consuelo Maria Valenza
Insegnante, laureata in Filosofia e Scienze della formazione Primaria all'Università degli Studi di Palermo. Ha lavorato per dodici anni presso l'ufficio stampa della Conferenza Episcopale Siciliana. Collabora con diverse riviste e giornali. Cura la comunicazione e la pubblicità di attività commerciali e non. Scrive di sociale per "Il Mediterraneo 24".
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PALERMO. Cucio e ricucio. Poggio il piede fermo su questo pedale, pare quello di una motocicletta, una di quelle che ronzano a tutto fumo nella mia città africana. Poggio il piede e parto.

Ogni giorno faccio chilometri di stoffa. A volte scorre lenta: si fa quasi seta, dolce e leggera ad ogni punto. A volte inceppa: si fa quasi canapa, ruvida e grezza e ad ogni punto sembra debba ripartire. Rimetto in moto. Mi arrampico, allora, su curve di punti, mi inoltro per rettilinei e avanzo con certezza anche tra geometrie che tentano di fare memoria di Africa cucendole alle esagerate forme di una Palermo che è Ballarò.

Ogni giorno faccio chilometri di stoffa. Le mani le tengo forti. Ferme. Tocco ogni centimetro. Sento la consistenza delle stoffe. Le conosco a memoria e non posso non emozionarmi quando il morbido è del velluto: mi ricorda le braccia di mia madre. Le sue carni e quel suo profumo che non ha dove. Da nessuna parte. Era ritorno quando andavo. Era silenzio quando mi inquietavo. Era la pace. Le conosco a memoria le sensazioni e non posso non emozionarmi quando il robusto è del fustagno: mi ricorda le braccia di mio padre. Le sue carni e quel suo profumo che anche quello non ha dove. Neanche qui. Era, il profumo della sua pelle, certezza quando dubitavo. Era coraggio quando temevo. Era la forza. La mia.

Ogni giorno faccio chilometri di stoffa. E gli occhi leggono i colori. Sono trionfi nel monocromo della vita, non solo quella mia ma soprattutto quella di chi mi porta i suoi vestiti. E sono nuovi. E sono vecchi. Sono vestiti e non servono mai solo per coprire anzi perlopiù sono un modo, anzi il miglior modo di dirsi senza parole, prima ancora di parlare.

Ogni giorno faccio chilometri di stoffa. E gli occhi, mentre il piede pigia il pedale e le mani sono ferme, corrono. Nella mia, perché è mia, anche se ho la pelle non propriamente bianca, nella mia bottega, dunque, non ci sono neri o grigi. Le stoffe sono appese. Sono a decina e quasi grondano dalle grucce fitte le tonalità, quelle più calde e quelle più fredde. È un’esagerazione di sfumature; uno strafare di cromìe; una girandola di colori. Ci sta dentro tutta l’Africa che poi è solo un modo diverso di dire Ballarò, di dire Palermo.

Non credevo che un giorno in una bottega di queste strade sgangherate, scucite come quelle della mia Africa, avrei avuto tra le mani così tanti vestiti. Non lo credevo. E mai lo avrei pensato mentre annusavo la pelle di mia madre, morbida di velluto e quella di mio padre, robusta di fustagno. Mai. Eppure oggi è così.

Ed ogni mattina, quando apro la mia bottega, mentre cucio e ricucio a me par di fare chilometri, gli stessi che mi possono riportare a casa. E allora pigio più forte sul pedale e più forte che pare il rumore quello di una motocicletta, una di quelle che ronzano a tutto fumo nella mia città africana.

Parto e poi, dopo chilometri di stoffa, sono ancora qui. Ed è tutta Africa anche se è solo Ballarò.

Consuelo Maria Valenza

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