PALERMO – Chi raggiunge le coste italiane, dopo un lunghissimo viaggio si porta alle spalle fatiche, umiliazioni di ogni tipo e tanta violenza in Libia. In Italia, però, è costretto ad affrontare un altro calvario che è quello di un sistema di regole che, in molti casi, ti costringe a rimanere una persona invisibile e senza diritti. A raccontare tutto questo, sono stati, questa mattina, Ousman Drammeh e Mustapha Jarjou dell’Associazione Gambiana. La giornata è stata coordinata ed introdotta da Bandiougou Diawara dell’Università di Palermo.
“Ben lontani da allarmismi e da racconti ansiogeni, siamo in una fase di tempesta mediatica e politica – dice Mari D’Agostino, coordinatrice del dottorato “Migrazioni, Differenze, Giustizia Sociale”, che organizza la Settimana “Raccontare le migrazioni” – che dobbiamo fronteggiare con tutti gli strumenti possibili. Il nostro compito è fare in modo che il dibattito ritorni con i piedi per terra con dati e ricerche reali sulle migrazioni. Vogliamo dare voce in primo luogo alle persone che stanno vivendo le loro esperienze. Più tardi parleremo pure della rotta balcanica con il documentario ‘Trieste è bella di notte’. C’è ancora bisogno di parlare e lo facciamo con i giovani per fare conoscere una narrazione ed un punto di vista diverso delle migrazioni”.
“Io sono nato in Mali ed il mio Paese è sempre stato molto accogliente – afferma Bandiougou Diawara -. A volte, però, partire è una necessità. Nessuno sceglie dove nascere e dove morire. Moltissime persone muoiono più nel deserto che in mare ma questo non viene mai raccontato. Noi africani non abbiamo il diritto di viaggiare come gli altri e proprio per questo dobbiamo affrontare il viaggio in mare. Io mi sento più fortunato di altri ma tanti miei fratelli, essendo diventati, per esempio, schiavi nei campi agricoli, hanno dovuto mettere da parete tutti i loro sogni”.
Ousman Drammeh, arrivato in Italia nel 2015, oggi è presidente dell’Associazione Gambiana, studente di economia e mediatore culturale.
“I diritti umani, purtroppo non sono uguali per tutti – sottolinea -. Si parte dal proprio Paese, spesso, per scappare dalla guerra, povertà e da tante forme di ingiustizia. In Libia non mi aspettavo di vedere tanto orrore. In Libia il mercato del traffico di esseri umani coinvolge anche le istituzioni locali ed internazionali. Se venisse data la possibilità legale di raggiungere l’Europa nessuno rischierebbe la vita nel Mediterraneo. Anche io sono stato intrappolato in una prigione governativa in condizioni disumane. Ricordo che mangiavo una volta al giorno subendo varie violenze. Ho visto alcune persone che hanno perso vista e udito per i pestaggi che avevano subito. Il corpo di chi arriva porta tutti i segni fisici e anche psicologici di abusi violenze, umiliazioni e ricatti che si subiscono durante il cammino. C’è chi prosegue il viaggio e chi rimane in Italia dove oggi viene purtroppo soffocato da un sistema che pensa all’espulsione. Dopo 10 anni in Italia ‘lo straniero’ è ancora tale e considerato solo ‘un diverso’. Ci troviamo davanti ad una umanità perduta, Nonostante ciò, dobbiamo impegnarci per cambiare le cose. Noi siamo il futuro e il cambiamento se ci danno la possibilità di esprimerci”.
Mustapha Jarjou, anche lui gambiano, studia oggi medicina. “Sono partito non perché nel mio Paese c’era la guerra ma perchè avevo la voglia di studiare – racconta Mustapha Jarjou -. Nel mio Paese ho studiato fino a sette anni. La mia partenza non è stata un viaggio organizzato ma un percorso difficile e sofferto lungo Gambia, Senegal Burkina Faso, Niger e poi Libia. Purtroppo la ‘seconda strada’ comporta la drammatica esperienza libica. Alcuni siamo riusciti ad arrivare in Italia mentre altri sono morti in Libia. Se oggi riesco a raccontare mi sento fortunato e privilegiato rispetto agli altri. Ci sono persone arrivate come me che sono diventate schiave dell’Europa e dell’Italia; schiave di un sistema che li sfrutta senza diritti come i braccianti di Campobello di Mazzara. L’immigrazione non si potrà mai fermare perchè la mobilità umana è un processo della storia. Continueremo a lottare per i diritti di tutti”.
Tra gli altri, sono intervenuti, inoltre, Alessandra Sciurba della facoltà di Giurisprudenza e coordinatrice della Cledu (Clinica legale Migrazioni e diritti) e Fulvio Vassallo Paleologo dell’ADIF (Associazione Diritti e Frontiere).
“Oggi ci accorgiamo sul campo di qual è l’impatto terribile delle leggi sulla vita dei giovani migranti – afferma con forza Alessandra Sciurba -. Il calvario che patiscono in viaggio non si esaurisce purtroppo appena arrivano in Italia. Continua un altro viaggio che è il percorso lungo per il riconoscimento dei diritti nel nostro Paese. Abbiamo persone che devono dimostrare ad una commissione che hanno veramente subito delle violenze, cercando di raccontare le loro storie. Tutto questo crea delle forti sofferenze a causa di modalità che non sono spesso rispettose del prendersi cura del dolore della persona. Avviene quella che si chiama la vittimizzazione secondaria. Nella maggior parte dei casi arriva alla fine un parere negativo perché i dinieghi, in questi anni, sono cresciuti sempre di più. Quando incontriamo persone, costrette a vivere ai margini, dobbiamo sapere che sono solo le vittime del sistema di regole italiano che di fatto le rende tali”.
“Da 25 anni lavoro nel campo della difesa legale delle persone migranti che arrivano da noi – afferma Fulvio Vassallo Paleologo (ADIF) -. Purtroppo, negli anni la situazione è andata a peggiorare perché siamo davanti ad una violazione e negazione continua dei diritti fondamentali della persona. Bisogna comunicare correttamente chi è dalla parte del torto e chi è dalla parte della giustizia perché, volutamente e troppo spesso, questi ruoli sono capovolti in violazione continua delle norme internazionali. L’unica soluzione è che siamo tutti sulla stessa barca a mare e a terra. Le persone che oggi sbarcano nelle nostre coste non cadono dal cielo e non sono degli invasori. ma persone che diventano schiave di logiche perverse di sfruttamento di ogni tipo. Dobbiamo chiedere con forza l’applicazione della giustizia e di regole eque per tutti quelli che chiedono protezione. 35mila morti abbiamo avuto in mare dal 2002 ad oggi. Non è possibile trasformare il Mediterraneo in un mare pieno di cadaveri. Ricordiamoci che non c’è alcuna invasione perché, diversamente da chi fa propaganda, i numeri degli arrivi sono gestibili e ben diversi rispetto al passato. Anche in tempi difficili e, nonostante tutto, per continuare a lottare, non dobbiamo perdere la speranza”.